30.10.06

Tutto in 12 ore

DOMENICA POMERIGGIO (E sera) completamente dedicata all'opera integrale di Guerre Stellari. Dall'inizio alla fine, seguendo l'ordine cronologico dei sei film. A casa di Renato e Francesca, iniziando a mezzogiorno e finendo circa all'una di notte, senza pausa alcuna. E' stata dura, ma gliel'abbiamo fatta. E ci siamo pure divertiti...

Ora, tra qualche settimana/mese, ci attende la stessa operazione con i dieci film di Star Trek. Quelli però li spalmiamo in una due-giorni...

29.10.06

28.10.06

Fraintendimenti e ambiguità

C'E' UNA CERTA disaffezione verso l'attuale governo Prodi. La sensazione che non sia un buon governo, che non vada bene, che non faccia quel che ha promesso, che stia toppando. Anche, e forse bisognerebbe dire soprattutto, da parte di quelli che facevano fiera opposizione e criticavano il precedente Governo Berlusconi. Perché?

Secondo me, c'è un problema di fondo che vale la pena toccare, rifacendosi alla teoria degli stakeholders, dei portatori di interesse. Tutti noi siamo, in quanto cittadini, in un certo senso stakeholder del governo in carica, così come le famiglie dei dipendenti di un'azienda e gli abitanti nei pressi delle fabbriche della suddetta azienda lo sono: le scelte e le decisioni (licenziare, aumentare gli stipendi; inquinare, aver cura dell'ambiente) toccano questi portatori di interessi non coinvolti direttamente dalle attività dell'azienda stessa.

Per chiarezza, la definizione, una tra le possibili, di stakeholder secondo Wikipedia è questa: In the last decades of the 20th century, the word "stakeholder" has evolved to mean a person or organization that has a legitimate interest in a project or entity. Sembra la fotografia dei cittadini "supporter" di un governo, no?

Ok, questo è chiaro, veniamo problema. Gli stakeholder non sono definiti in maniera univoca, e soprattutto per quanto influenti (qualora si organizzino) non sono percepiti come tali dall'azienda, nell'esempio, oppure dal governo. Voglio dire: qualunque organizzazione ha la percezione di quali siano i suoi stakeholder naturali e tende a prendere in considerazione le loro esigenze quando opera, come fanno i sindaci desiderosi di essere rieletti quando non chiudono i centri storici per paura che si arrabbino i commercianti o cose del genere. Ecco, il punto è proprio questo: gli stakeholder percepiti e ben presenti nella mente di questo e del precedente governo, e l'effetto che hanno sull'opinione pubblica e quindi sugli elettori.

Per Berlusconi penso fosse chiaro: la coalizione di centro-destra aveva, oltre al desiderio egoistico di governare per garantirsi potere e rendita tipico comunque di tutti gli apparati e di tutti i politici da che mondo e mondo (l'ha raccontato nella teoria accademica già Sartori in tempi non sospetti e prima di lui parecchi altri politologi), il desiderio di tutelare i suoi referenti nella società. Una serie di gruppi sociali in cui il termine privilegio e il termine illegalità sono spesso due elementi costanti, oltre a un ceto conservatore trasversale a molti gruppi sociali. La percezione di dover cambiare governo è partita proprio dall'entusiastico zelo e dalla considerevole improntitudine e impreparazione con la quale è stata gestita la cosa pubblica a favore di questi gruppi. Tanto che parti sempre più considerevoli dei gruppi stessi (che, se non sono cosche mafiose, hanno comunque anche in parte il desiderio di vivere in una società equilibrata e in cui la redistribuzione della ricchezza ha una parvenza di equità funzionale allo sviluppo se non altro del mercato dei consumi) hanno cominciato a preoccuparsi e sentirsi "traditi", desiderando un pensiero diverso che alla fine non li facesse sentire parzialmente frustrati.

Per Prodi, il grande fraintendimento, che poi è stato in qualche modo il lato in positivo che l'ha portato al governo oltre alla spinta negativa del "basta che non ci sia più Berlusconi", deriva dal fatto che si è pensato a lui e alla coalizione che lo supporta come ad un gruppo coeso e desideroso del bene della società, del bene cioè di un gruppo molto più ampio e affaticato di stakeholder. La debolezza invece comincia ad emergere proprio adesso, in cui si intravede tra le righe delle parole da sagrestia pronunciate quotidianamente che gli interessi da tutelare per il gruppo di Prodi (gruppo eterogeneo e quasi dislessico nelle sue manifestazioni) è altro. Il problema è che non si capisce bene quale sia. Per Berlusconi era facile "chiudere" dicendo che voleva farsi i suoi interessi e che attorno a lui e alle componenti politiche insieme a lui allignavano opportunisti, affaristi, sistemi di potere di élite che miravano solo al proprio particulare. Per Prodi? La gestione del potere di Ds-Margherita-Rifondazione-Verdi etc qual è?

L'ideologia della coalizione, che potremmo spiegare per sottrazione delle differenze tra le rispettive componenti, è sostanzialmente partecipativa, equitativa, ugualitaria. Punto. Ma non corrisponde a una politica organica e più ampia. Non permette di chiarire quali sono i gruppi sociali che vengono favoriti, se non altro guardando le politiche - a partire dalla finanziaria - effettivamente favorite. Non c'è un'idea da capire per poi criticare (o aderire, per carità), del tipo: privilegeremo i tassisti, gli statali, le coop rosse dell'Emilia e magari i metalmeccanici campani e pugliesi. No, c'è ambiguità, i fraintendimenti sui motivi delle azioni sono tali e tanti che l'ideologica partecipativa, equitativa ed egualitaria pare sempre più un insieme di parole vuote (come in effetti sono, a leggerle da sole), costruite su interessi che fisiologicamente devono esserci ma che non si riescono ad individuare.

Questo governo ha tradito le aspettative in maniera plateale perché, a differenza del precedente che poggiava su una componente egoistica la sua piattaforma e poi ha esagerato spaventando gli stessi stakeholder "egoisti", questo mirava ad abbracciare l'intera società "rimettendo le cose a posto". Non lo sta facendo, e sta facendo crescere il dubbio che gli interessi in gioco siano tutt'altri. E i fraintendimenti e le ambiguità dietro le quali si è velato fanno temere di peggio: che oltre agli interessi egoistici per garantirsi potere e rendita (quelli che Sartori e vari altri politologi hanno individuato e analizzato da decenni nei loro lavori accademici) non abbia in realtà nessun altro progetto.

In sostanza: o Prodi individua un soggetto nella società, anche uno solo (i carabinieri, le infermiere in maternità, i venditori ambulanti, gli autisti di macchine da noleggio, le hostess Alitalia) e dimostra di averne a cuore sinceramente gli interessi tanto da farci pensare che l'idea e la missione del suo governo sia alla fine quello di difenderli e promuoverne la funzione nella società, oppure temo che questi siano pure peggio di quegli altri. Una macchina vuota, senza passeggeri e ruote e motore, il cui solo scopo è giustificare la presenza dell'autista. E guardate che mi costa parecchio scrivere una cosa del genere...

Status quo (ante)

PARE CHE UNA sera come questa (per me è ancora il 27) io abbia raggiunto il traguardo delle 75mila miglia necessarie a confermare lo status di Freccia Alata per il programma MilleMiglia di Alitalia. E siccome, a norma di regolamento, il suddetto status - che durerà sino al 31 dicembre 2007 - entra in vigore il primo giorno del mese successivo al raggiungimento della predetta soglia, mancano ancora tre o quattro giorni (a seconda dell'angolo dal quale si considera la cosa).

Si parla tanto in maniera critica di Alitalia, in questo Posto, ma in effetti una lancia a favore della compagnia di bandiera la si può anche spendere: il sistema funziona perfettamente, basta monitorare dopo ogni viaggio l'accreditamento delle miglia e chiamarli una volta su due (cioè la media delle volte che si "dimenticano" di inserirle nel loro moderno sistema informatico).

Il vantaggio della Freccia Alata è che si ha accesso a una serie di priorità utili a chi in effetti viaggia spesso: accesso alle salette negli aeroporti di mezzo mondo quando sono di SkyTeam, priorità nelle liste di attesa e in caso di overbooking, più bagaglio sia a mano che da imbarcare senza sovrapprezzo. Ah, e un certo tipo di soddisfazione che ti attraversa come un brivido quando vedi qualcuno a cui brillano gli occhi mentre ti osserva, lui che è solo un povero e solitario Ulisse (probabilmente un maratoneta della Milano-Roma), tirar fuori la tessera dorata. Se solo avessimo uno status Platinum da raggiungere. Chessò, un Mercurio...

26.10.06

Metti una sera a cena

QUALCHE GIORNO FA, come sapete, ero a Los Angeles. Anzi, ad Anaheim, una tra le stelle della città galassia. Bella la vita nella prima non-città voluta da Walt Disney? Insomma...

Per fare un esempio, si ceneva qui:

Ascolta, si fa sera

MI VIENE IN mente adesso, qualche settimana dopo (ma non mi pare proprio che altri l'abbiano scritto). Però, se durante il periodo degli "spioni" di Telecom si fosse usato il VoIP attraverso le reti a banda media e larga (banalmente, Skype anziché il telefono normale), visto che le telefonate VoIP sono crittate, penso che l'impatto dell'argomento nelle prime pagine dei giornali sarebbe stato ben più limitato.

Peccato non ci abbia pensato anche Grillo o qualche altro appassionato del VoIP e gran critico dello scandalo Telecom...

(Qui accanto, un telefono VoIP senza fili)

And The Winner Is...

NEGLI STATI UNITI si premiano le migliori copertine dei periodici. A vincere il premio quest'anno è stato il New Yorker (che io adoro, la copertina è qui sotto più sulla destra), con l'ufficio ovale della Casa Bianca inondato, per ironica simpatia con l'uragano Katrina. Qui l'articolo del NYTimes [RegReq] che parla del premio e qui il sito della American Society of Magazine Editors e della Magazine Publishers of America che organizzano dall'anno scorso il premio in questione.

25.10.06

Europe Sucks

OGGI SU SLASHDOT c'è una bella discussione. Uno degli aficionados del forum tecnologico scrive: "Often during our heated political discussions on slashdot, several people will mention their desire to leave the country. As an American living in England, which sees much the same problems as the US, I often wonder where these Americans would go. So, I pose two questions for the restless: 1) Where would you live, if not in America and 2) What's stopping you from going?"

Tra le oltre centocinquanta risposte (per adesso), mi ha colpito questa:

I thought about moving to Italy once. Actually, I lived there for several years while working for an American company. When I looked at my Italian counterparts, I thought about having a go at it.

Then I found out they pay almost 50% income tax. On top of that, there is a 20% VAT on most items. On top of that, gasoline was almost $5 per gallon (a few years ago...almost certainly more now).

The high taxes were there to support their social services. Free medical. Free dental. Good unemployment and retirement. Almost no chance of getting fired. 6-hour work days and 30-days of vacation. Virtually no concept of sexual harassment or workplace misconduct.

Then you realize that the social services suck. Want a painkiller for your broken leg? Tough. Want an annual dental checkup? Tough. Want a cop to investigate repeated break-ins? Tough.

Europe is great if you are young or unemployed. Europe sucks if you actually want to make something of yourself through hard work.

Personally, I couldn't live if I worked 6 days a week knowing I'd only get 3-days pay after taxes just so some 22-yo punk could sit in the park all day and smoke pot.


(Tra qualche ora riparto da Nizza per tornare a Milano)

24.10.06

Nizza

PENSO: MAGARI CI metto una bella foto per illustrare l'idea che mi gira per la testa, all'una e un quarto di notte. Ma in realtà di foto non ne ho fatte, forse perché in questo periodo mi sta un po' passando la voglia di congelare qualsivoglia cosa anche solo nelle cellette magnetiche di una memoria statica di cameraphone.

Sono a Nizza, arrivato nel pomeriggio con quasi due ore di ritardo, portato in modo traballante attraverso un cielo pieno di nubi e di venti robusti da un Dornier un po' asmatico di airA!LPS "in cooperation with Alitalia". Cosa vedo, a parte la pioggia e il maltempo? Il lato autunnale e triste di una città altrimenti bella e solare: il sistema Nizza-Costa Azzurra-Principato di Monaco è un po' lo stesso, più in grande più ricco e soprattutto orientato al contrario di Viareggio-Versilia-Forte dei Marmi. Solo una differenza di scala e un altro piccolo particolare.

Nizza, cioè, è diventata in realtà una specie di Marsiglia in miniatura: città del disagio francese per l'immigrazione soverchiante e spaventosa, con le manifestazioni, le aggressioni in centro, i quartieri off-limits nei quali ormai non entrano neanche più gli autobus (per paura di essere attaccati) e in cui il sistema è andato in tilt. Una dimostrazione che lo spaccato sociologico della nazionale di calcio francese - schizofrenica nel suo essere totalmente altra dalla Francia ipotetica del nostro immaginario - è come una immagine erotica (declinazione accettabile ma borderline) rispetto al caos pornografico delle città reali, degli scontri urbani, delle montanti ondate di xenofobia. Il modello francese e la connessa propaganda anche qui stanno fallendo, viene da pensare sotto la pioggerella pomeridiana di Nizza. Niente foto per raccontarlo, però...

22.10.06

The strip that listens

ECCO QUA, COME ogni maledetta domenica, il nostro Doonesbury, di Gary B. Trudeau. Cliccare per ingrandire e leggere meglio.

21.10.06

A Week in Alitalia Life

NEGLI STATI UNITI hanno appena trasmesso un documentario di due ore, prodotto da Cnbc che ha raccolto pareri positivi in maniera più o meno uniforme da buona parte della stampa che l'ha potuto visionare. S'intitola Inside American Airlines: A Week In The Life e io me lo sono perso, purtroppo: è la storia di una settimana di vita di American Airlines, il più grande vettore aereo del mondo per numero di velivoli e primo negli Usa da tempo, girato con una serie di autorizzazioni per poter entrare praticamente ovunque, dal cockip di un B767 in volo da Los Angeles a New York, sino alla gestione dello scalo, la manutenzione, i controlli di sicurezza. Dalle clip disponibili su Internet, pare un buon esempio di giornalismo televisivo statunitense. L'accordo con la compagnia era la possibilità di "spegnere" le telecamere se la situazione particolare lo richiedeva da parte di American e il totale controllo sul prodotto finale da parte di Cnbc.


La trasmissione era stata abbondantemente pubblicizzata sui giornali nei giorni precedenti, non (solo) con le classiche marchette, ma con veri e propri inserti pubblicitari. I motivi di interesse e investimento nel programma derivano dal ruolo maggiore che il business aeronautico svolge nella società e nell'economia americana. Ecco, però io ho un'altra curiosità: se mai succedesse da noi, un documentario così lo farebbe meglio Terra!, Report oppure Tv7? E su chi? Alitalia, Meridiana o AirOne? E cosa direbbero i dirigenti e i dipendenti e i passeggeri? E, soprattutto, se riuscite a visualizzare quel che potrebbe uscirne, non vi viene qualche dubbio? In che Paese viviamo?

20.10.06

Sei facce e tre cuori

DOPO QUATTRO ANNI che entro dentro il Virgin Megastore di San Francisco, salgo al secondo piano e con passo affrettato arrivo d'appresso alla scaffalatura dei Dvd tratti da serie televisive per fermarmi incantato davanti a Shogun, il mitico sceneggiato Tv in dieci puntate con Richard Chamberlain (Uccelli di Rovo e prim'ancora Dottor Kildare), tratto da uno dei romanzi di James Clavell, adesso tutto è cambiato.

Amo con passione Clavell, quasi quanto amo Gary Jennings. Che volete farci, sono un romanticone nato a cavallo di un mondo in trasformazione, tra analogico (in cui era la quarta di copertina a fare il mistero di un libro) e digitale (in cui una giratina su Wikipedia ti sommerge di strane informazioni altrimenti sconosciute e ti aiuta a rimettere ordine nelle bibliografie), come una rivoluzione inarrestabile e imprevista.

Mentre Jennings è stato un amore che inizia molto lontano – avrò avuto al massimo 13-14 anni quando misi le mani sul primo volume che ho letto, l'Azteco –, Clavell tutto sommato è arrivato dopo, nel pieno dei miei vent'anni, ma con altrettanta e devastante forza. Medio Oriente, poi Estremo Oriente, Hong Kong, Shanghai, il Giappone dei samurai. C'è tanta delle mie luci e dei miei colori nelle tavolozze di questi due scrittori.

Quindi, il desiderio di vedere Shogun, che trasmisero senza neanche tanto successo dalle nostre parti è stato forte per più di un decennio. Negli Stati Uniti ha segnato l'inizio di un'epoca e la riscoperta di una cultura, quella tradizionale giapponese, che se non altro ha segnato la comparsa del sushi e del sashimi nella dieta dei manager di Wall Street e del bushido - l'etica dei samurai – nelle pratiche di business di tanti uomini d'affari un po' cocainomani ma di sicuro determinati.

E' una storia e un intreccio culturale che ha un sapore particolare per noialtri nati in Italia a cavallo tra i Sessanta e i Settanta, perché il nostro gusto è costruito sull'etica e l'estetica degli anime e dei manga, anche se allora non sapevamo ancora che si chiamassero così. La nostra scoperta, quantitativamente forse più limitata per giro d'orizzonte culturale rispetto ai nostri padri, è avvenuta però con un ritmo speciale: prima imprinting di questi alieni con gli occhi a mandorla, poi curiosità e crescendo voglia di saperne di più, che si sono accompagnate alla nascita di un mondo in cui le informazioni iniziavano timidamente a fluire da un posto all'altro. Siamo cambiati, la nostra immagine del Giappone è cambiata e forse, come i bambini che crescono in un mondo che si restringe, non siamo mai stati in grado sinora di valutare sino in fondo quanto riguardasse solo i nostri casi personali e quanto invece fosse un evento collettivo.

Ecco dunque il mio shogun, frutto proibito che immaginavo sepolto, quelle poche volte negli anni che si è affacciato alla mia coscienza, nelle teche senza fondo della Rai, come Nausicaa di Hayao Miyazaki. Ma mentre Miyazaki è riuscito ad emergere parzialmente grazie al suo crescente successo (no, non Nausicaa, l'anime mitologico sepolto ad infinitum chissà dove nelle teche e tra i papiri degli avvocati e delle norme sul diritto di replica), Shogun era tramontato, come era tramontata l'epoca pionieristica in cui lo sceneggiato tivù si era fatto miniserie e poi telefilm con un arco narrativo teso e costante. Ma di shogun, il mercato dell'aftermarket televisivo nostrano non ne voleva sapere niente.

Ecco dunque il mio cruccio, l'assillo entrando nel Virgin Megastore di Market Street a San Francisco nel rivedermelo lì, sullo scaffale, eternamente separato da una codifica (area uno, Ntsc) avversa alla nostra (area due, Pal), che a meno di trucchi rischiosi nella trasformazione di un lettore Dvd risultava impossibile da raggiungere.

Poi, un mattino di una decina di giorni fa, l'illuminazione. Due pensieri separati per quasi un lustro si sono improvvisamente incontrati tra le orbite della mia mente. Dvd e P2P. Cioè, me lo sono scaricato. 12 gigabyte di roba, per essere precisi. E fanculo al copyright, me lo sto guardando. Chi siete per dirmi chi devo essere, cosa posso e cosa non posso sapere? E soprattutto, chi siete per dirmi cosa posso guardare e cosa no?

Insomma, l'ho trovato, l'ho scaricato e me lo gusto. Per la lunga coda di Anderson sono uno dei pochi che avrebbero potuto popolare una nicchia: è un'occasione persa per chi poteva vendermelo (magari a un prezzo accettabile) e invece non ha avuto l'intelligenza per accorgersene. E io affogo tra le sete della casa del pilota, Hangin-san, come lui, vinto dalla passione di un sogno che si dispiega sotto i miei occhi, della guerra, dell'amore impossibile, dell'esotico. E un solitario pensiero, una voce lontana ma chiara si leva nella mia mente. Censuro cosa dica, ma l'idea è quella. Mi avete capito, no?

Defeatocrats

VISTO CHE DOMENICA scorsa non avevo potuto, prima di perdere il ritmo ecco la consueta tavola di Gary B. Trudeau, Doonesbury. Se ci cliccate sopra s'ingrandisce quanto basta per leggerci bene dentro. Se non capite l'inglese abbastanza, questo è tutto un altro problema; comunque, vi sconsiglio le traduzioni automatiche...

Così posto bello, così faccia bella

UNO E' SEMPRE affascinato dalle potenzialità delle moderne tecnologie. Ad esempio, il classico traduttore automatico da una lingua all'altra. Ormai sono dieci anni che sono a giro (ricordate il Pesce di Babele di Douglas Adams?) eppure funzionano ancora come il primo giorno: di merda.

Uno è sempre affascinato dal vecchio classico degli Eagles, Hotel California. Un giorno ti piglia il giribizz e vuoi cercare il testo magari per cantarla ad alta voce senza dover fare mmh-mmmh-mmmh quando non ti ricordi le parole (e non riesci a capire precisamente cosa pronunciano loro nella canzone). E trovi la traduzione di BabelFish. A quel punto, il testo originale (sarà un hotel o un manicomio?) diventa irrilevante. Hai a disposizione una nuova opera d'arte...

(da leggere con l'originale in sottofondo)


Su una strada principale scura del deserto, vento freddo in miei capelli
Odore caldo dei colitas, aumentante in su attraverso l'aria
Avanti dentro sulla distanza, ho visto una luce shimmering
La mia testa si è sviluppata pesante e la mia vista si è sviluppata fioca
Ho dovuto arrestarsi per la notte
Là si è levata in piedi nella porta;
Ho sentito la flangia di missione
E stavo pensando a me,
'questo potrebbe essere cielo o questo potrebbe essere Inferno '
Allora lei illuminata in su una candela e lei mi hanno mostrato il senso
Ci erano voci giù il corridoio,
Ho pensato che le sentissi dire...

Benvenuto all'hotel California
Così posto bello
Così faccia bella
Abbondanza di stanza all'hotel California
In qualunque momento dell'anno, potete trovarli qui

La sua mente Tiffany-è torta, lei ha avuto l'embolia gassosa di Mercedes
Ha ottenuto i ragazzi graziosi e graziosi molto, che denomina amici
Come ballano nel courtyard, sudore dolce di estate.
Un certo ballo da ricordarsi di, un certo ballo da dimenticarsi

Così ho denominato sul capitano,
'prego portimi il mio vino '
Ha detto, 'non abbiamo avuti quello spirito qui dal millenovecentosessantanove '
Ed ancora quelle voci stanno denominando da lontano via,
Sveglili in su nel mezzo della notte
Per sentirli appena dire...

Benvenuto all'hotel California
Così posto bello
Così faccia bella
livin 'esso in su all'hotel California
Ché sorpresa piacevole, porta i vostri alibis

Specchi sul soffitto,
Il champagne dentellare su ghiaccio
Ed ha detto che 'siamo tutti prigionieri giusti qui, del nostro proprio dispositivo '
E negli alloggiamenti del padrone,
Hanno riunito per la festività
Lo stab esso con le loro steely lame,
Ma non possono uccidere appena la bestia

L'ultima cosa che mi ricordo di, io era
Funzionando per il portello
Ho dovuto trovare il passaggio indietro
Al posto ero prima
'distendasi, 'ha detto l'uomo di notte,
Siamo programmati ricevere.
Potete verifica qualunque momento gradite,
ma potete non andare mai!

18.10.06

Anaheim, California

SONO FUORI DA alcuni giorni. Anzi, sono in California, nell'area di Los Angeles, da alcuni giorni. Senza computer. Ho con me solo un BlackBerry,, per vedere se si riesce a vivere una settimana senza il malefico strumento tra i piedi. Poi quando rientro vi racconto meglio, pero' vi posso assicurare sin d'ora che e' davvero difficilissimo...

Un paio di note collaterali: stanno facendo il mazzo a Wesley Snipes perche' non ha pagato le tasse e stasera va in onda la terza puntata della terza serie di Lost (che ovviamente mi perdo perche' saro' in aereo), in cui finalmente tornano i protagonisti pricipali, sinora lasciati da parte per farci vedere cosa succedeva nella parte dell'isola degli Others. Il mondo corre lo stesso, anche se lo segui solo sui giornali cartacei e alla Tv...

11.10.06

Gemelli diversi

NEL SETTORE AERONAUTICO, fatte le dovute differenze, ci sono due crisi che presentano notevoli tratti di parallelismo. Da un lato sta navigando in cattive acque Eads, la holding proprietaria di Airbus (il consorzio di europei - soprattutto Germania, Francia e anche un po' Spagna, praticamente niente Italia) e dall'altro Alitalia.

I vincoli di Airbus, che ha sperperato troppo, sono non tanto la crisi congiunturale della rincorsa a Boeing, quanto le due anime (tedesca e francese) che hanno portato a realizzare un modello industriale poco efficiente. Doppie lavorazioni per garantire fabbriche e occupazione in entrambi i paesi, costi di spostamento fisico dei semilavorati (le ali che viaggiano su cargo da uno Stato all'altro), poca aggressività verso i mercati emergenti (Eads ancora non ha deciso se il futuro è conquistare gli Usa oppure andare all'assalto di Russia e Cina, che peraltro sta bussando alla porta sotto forma di un crescente aumento di azioni nella proprietà da parte di banche russe; oltre a questo Eads non compra una società russa come dovrebbe per entrare nel rinnovo delle flotte di quel Paese che sta letteralmente tracimando, ma se ne parlerà più avanti in un altro contesto).

I vincoli di Alitalia non sono tanto gli sprechi (quanto guadagnano i piloti o le hostess) piuttosto sono le scelte politiche e industriali: la divisione tra due hub (Malpensa e Fiumicino), la decisione di tagliare le rotte di lungo raggio (sia dismettendole sia passando a una flottiglia di B777 al posto dei B747 che in sostanza andavano più lontano), la decisione di mantenere una flotta estermamente promiscua. Alitalia fa volare dieci tipi di apparecchi diversi per il servizio passeggeri (e altri tre per quello solo merci, più Alitalia Express) e tutto il suo personale di bordo viene certificato per volare con due tipi di apparecchi al massimo (è una normativa internazionale che lo prevede). Quindi, per quanto si riduca il personale, se non si razionalizza la flotta per portare avanti i turni le diseconomie continuano. Infine, le anime politiche (Alitalia compagnia di bandiera vs Alitalia compagnia tutta privata) continuano a combattersi paralizzando alcune scelte chiave tra le quali quelle di manager capaci.

La reazione delle due entità? Alitalia campa di prestiti statali da quasi dieci anni e non ha cambiato nella sostanza di una virgola il suo modello di business. Eads ha cacciato il precedente amministratore di Airbus, ne ha chiamato uno di riconosciuta capacità e sta discutendo pubblicamente sui giornali di strategia (quanti tagli, quanti soldi per lo sviluppo, quali mete strategiche da raggiungere, quanto supportare il A380 e quanto investire in un rinnovato A350). Di Alitalia, a parte Cimoli - che porta con sé una storia di successo dubbio e un'esperienza più da navigatore delle cose italiche che non da uomo di visione sul trasporto aereo e di gestione/esecuzione di politiche anche difficili - si discute solo dei prestiti e dei tagli. Non si specifica neanche quali tagli: del personale (perché? con quali criteri?), delle spese di gestione, della flotta, delle remunerazioni dei manager?

Mi sono preso un po' di tempo, visto che la cronaca economica sta cavalcando l'idea del fallimento di Alitalia a tre mesi dopo che Prodi ha detto che "Alitalia naviga fuori rotta" (ma voi ce lo vedete in un Presidente del Consiglio ex-democristiano ed ex-capo Iri come Prodi un messaggio rivolto alla finanza e alla gestione oppure è una cosa da ex-democristiani delle partecipazioni statali perché nuore, suocere e pure cugini intendano quel che devono intendere?), per fare questa riflessione. La politica e la gestione per la gestione hanno tempi e modi importanti, ma servono anche la competenza nel singolo settore e l'autonomia per portare avanti scelte industriali coerenti. A nessuno è mai venuto in mente che se l'Italia come Paese fosse coinvolto (o non coinvolto) in maniera chiara con Eads-Airbus forse Alitalia potrebbe cominciare a ragionare sulle scelte da fare in maniera più coerente, portando avanti una politica industriale da impresa di bandiera?

La missione di San Francesco

MI CHIEDEVO DA un po' di tempo quale possa essere il modello di business di Google. Ne ho recentemente dubitato proprio su Macity, che peraltro spiega qui molto bene perché ad esempio la casa di Mountain View adesso si dedica tanto al Mac. Ebbene, l'obiettivo strategico ("missione") di Google, come dicono loro stessi, è questa:

Google's mission is to organize the world's information and make it universally accessible and useful.

Mi chiede adesso se San Francesco sarebbe stato altrettanto chiaro e sintetico...

10.10.06

Get a Mac


SONO USCITI TRE spot nuovi di Apple. Sono della serie Get a Mac. Sono fantastici! A differenza di altre campagne, giocate sull'impatto di un singolo commercial fortemente evocativo, questa è un'intera campagna declinata attorno a un'idea semplice: il confronto tra Mac e Pc impersonati da una coppia di attori che ricordano vagamente i rispettivi uomini-simbolo delle due aziende, Bill Gates e Steve Jobs.

L'idea forse ha un fondamento nei risultati della precedente campagna Switch: là erano persone comuni ad essere intervistate e spiegavano come mai erano passate al Mac. Campagna giudicata da molti "debole", anche se Apple l'ha ritenuta a lungo molto efficiente dal punto di vista della struttura realizzata poi dal marketing (gli spot forse non erano così "sexy", ma il sito predisposto per aiutare gli "switcher" a farsi un'idea di come funzionasse l'entrata nel mondo Mac pare abbiano aiutato parecchi neofiti), in realtà si è evoluta quasi autonomamente grazie alla rete e a un'idea laterale. L'idea è di Will Ferrel, il comico che aveva creato alcuni "falsi" spot Switch per le campagne di due Natali, interpretando Santa Claus, poi un attore porno e via dicendo. Insomma, aveva aperto la via all'ironia volontaria ed era stato utilizzato anche da Steve Jobs in uno o due keynote. Lo spirito "serio", o meglio quasi istituzionale della campagna Switch era dovuto in parte anche al fatto che in parallelo correva quella straordinariamente simbolica e allusiva dedicata agli iPod, con le silohuette dei ballerini portate al nero, circondate da luci ed effetti oltre alle immancabili cuffiette e forme bianche dell'iPod stesso.

Ma è stata Ellen Feiss ad aprire la strada sicuramente al pensiero che una campagna basata sull'umorismo potesse avere con sé il germe di un successo superiore a quella precedente. In pratica, Feiss era la ragazzina i cui compiti erano stati "mangiati dal Pc" anziché dal cane istituzionale, e il gergo adolescenziale nonché l'aria un po' sconvolta (con le successive valutazioni se fosse sotto gli effetti di Cannabis oppure di un antistaminico per le allergie, come ha successivamente affermato), è stata il punto di partenza del successo virale in rete. Adeguata ai tempi più che non le campagne mistico-emotive come 1984 e Think Different, deve aver aperto la mente dei creativi portandoli a ragionare su di un piano diverso: gag di trenta secondi, costruite intorno all'antica coppia della commedia, con il doppio sotto-testo implicito (i due che somigliano ai fondatori) ed esplicito (i giochi su temi e problemi del mondo "nerd" dell'informatica eletti a motore della storia dei singoli spot). I due attori scelti sono diventati più noti per queste pubblicità che non per il loro precedente lavoro, guadagnandosi interviste sui giornali e facendo crescere i siti dedicati oltre che le rispettive voci su Wikipedia.

Coraggiosi, divertenti, iconoclasti: a me questi spot di Get a Mac piacciono parecchio. Li trovo divertenti e quando ho scoperto che alcuni erano stati metabolizzati dalla rete, tramite i soliti YouTube, ho anche capito che forse ce l'avevano fatta. L'agenzia creativa dietro ad Apple ha scritto una nuova pagina nella storia della pubblicità.

Lo chiamavano Cassandra

L'IDEA E' QUESTA: secondo me l'anno prossimo di questi tempi Alitalia non c'è più. La vendono, la scorporano, se la comprano per un tozzo di pane quelli di AirFrance/KLM, arrivano i giapponesi, fanno come in Irlanda che RyanAir si vuol comprare AirLingus, c'è l'Opa al caciucco di un pool di imprenditori livornesi. Insomma, se prima la "cura Cimoli" non ha gli effetti che secondo i valorosi cronisti di Report ha avuto a suo tempo sulle Ferrovie dello Stato (tagli selvaggi che hanno portato a ridotta manutenzione e quindi aumento degli incidenti) non la manda direttamente al Creatore.

Ecco, mi sono sbilanciato...

Tough Choices

Il successo non si ostacola, si favorisce. E' la prima cosa che mi viene in mente vedendo che è appena uscito il libro (tanto atteso, se non altro da questo Posto che la stima e l'ha anche intervistata, anni fa) di Carly Fiorina, l'ex numero uno di Hewlett-Packard, la donna che ha realizzato la più grande fusione della Silicon Valley (Hp-Compaq/Digital) e manager "tosta" che ha saputo rompere il soffitto di cristallo.

Il successo non si ostacola ma si favorisce, come fanno le librerie americane che offrono il libro con il 10, il 20, il 30% di sconto. Perché venderne di più anche se a meno è meglio che venderne meno a più (noi lo sovraccaricheremmo, se potessimo, del 20% e forse la sola edizione rilegata - più costosa - prima del paperback è una dimostrazione neanche tanto inconscia di questa volontà). "Loro", invece, anche su Amazon lo mettono con lo sconto. Il 40%, tanto per dire. Scelte dure, almeno per i nostri editori...

9.10.06

Non era il Canada, era Arezzo

SON TORNATO. NON solo dal Canada, ma anche da un fine settimana ad Arezzo, dove ho staccato la spina alla "macchina" (non ho mai acceso il computer in tre giorni) e invece l'ho riattaccata alla testa. Ce n'era bisogno: sono stati tre giorni parecchio buoni. Adesso mi sento in forma, finalmente. Talmente in forma che arriva la consueta tavola domenicale di Gary B. Trudeau con il suo Doonesbury in formato ridotto...

3.10.06

Piove, governo amico

SE GUARDI DALLA finestra quando sei in Canada, e io adesso sono a Kitchener, vicino Toronto, vedi piovere. Tra qualche settimana, un paio di mesi al massimo, inizierà a nevicare. La gente che ho incontrato venendo qui, a partire dalla coppia di pastori che erano seduti accanto a me sul B747 di Klm (la leggenda continua: mai una dolce e avvenente fanciulla in cinque anni! Devo essere nel database sbagliato...), l'autista che mi ha raccontato di quanto ami la sua Lincon Town Car, il suo Canada, Cuba e sua moglie, più giovane di trent'anni e da due in attesa del visto per venire da Cuba in Canada, i cinque colleghi cinque - pochissimi - da altri cinque paesi europei, che amano chiacchierare del futuro dei mezzi di comunicazione e magari di come gli americani stiano facendo cose che noi non facciamo e viceversa, la gente dicevo è sempre valida e interessante. Alle volte anche bella. Però, se guardi dalla finestra piove e se cerchi su Google News di Toronto, scopri che ci sono solo notizie di sport oggi. Come mai?

1.10.06

La storia mi apparteneva. E io a lei...

E' DOMENICA, ARRIVA Doonesbury di Gary B. Trudeau (voi ci cliccate sopra e la potete leggere più comodamente, come al solito).

La ricchezza di un popolo sono i suoi turisti...

IL PROBLEMA DI Venezia non è il mare che cresce. Sono i turisti che la affogano. E, di conseguenza, i locali che se ne vanno. Lo nota il New York Times [RegRich], con un pezzo bello di Elisabetta Povoledo, disponibile anche tramite l'International Herald Tribune.

Concordo: Vanishing Venice si potrebbe applicare anche a varie altre entità turistico-urbane del nostro Paese. Se i residenti del capoluogo veneto sono passati da 171 mila nel 1951 a 62 oggi, probabilmente la sorte del centro storico di Firenze è simile (e la comparazione con la florida Bologna, schivata sistematicamente dal turismo, dovrebbe illuminare). Senza contare poi quel che succede nelle aree dei laghi del nord, come Garda e Como, e i loro villaggi di pensionati di madrelingua tedesca.

Soluzione? Beh, più che altro un monito a chi continua a pensare che il turismo sia *la* ricchezza fondamentale della nazione a prescindere da tutto e che il nostro futuro sia di trasformaci in un gigantesco albergo per il mondo globale (e l'industria, il commercio, la ricerca e tutto il resto al gas?).

Anche perché la prima destinazione turistica per numero di visitatori è sempre Disneyland in Florida, e questo dovrebbe dire qualcosa sull'idea che l'Italia abbia il 90% del patrimonio artistico mondiale. Gli Usa invece hanno il 90% di quello del divertimento: chi vince secondo voi? La seconda, è una domanda quasi retorica: dove vivono i portieri, gli albergatori e i ristoratori delle città-moblé? In cantina o nelle stalle?